Posted by admin
Omelia per la celebrazione della Messa in diretta su RaiUno di domenica 27 febbraio 2011 alle ore 11.00
Figli carissimi, la Parola oggi ci chiede di scegliere Dio quale riferimento unico e assoluto nella nostra vita. Egli non ci abbandona mai; di Lui possiamo fidarci.
Ce lo ricorda il profeta Isaia che colloca l’amore di Dio per noi su un piano assolutamente superiore persino rispetto all’amore materno. Talvolta, purtroppo, l’uomo fa l’esperienza estrema della rottura degli affetti, anche quelli più cari (la famiglia, il padre, addirittura la madre… che è il legame forse più intenso, vitale). Eppure, “Se anche una madre si dimenticasse – ci dice Dio per mezzo del profeta – io, il Signore, non mi dimenticherò mai!”.
Vogliamo forse mettere in dubbio questa parola del Signore? Dio non si dimentica mai di noi anche, e soprattutto, quando pensiamo che Egli sia distante, perché magari in quel frangente non ne avvertiamo la presenza. Dio c’è sempre e il nostro impegno è amarlo sopra ogni altra realtà.
Ma tale legame non si può risolvere in un elenco di richieste “materiali”: Egli sa cosa ci è davvero necessario. L’unica realtà che resta in un mondo in cui tutto passa è il suo amore che ci salva. E Dio dona largamente ciò che serve alla nostra salvezza.
Gesù nel Vangelo vuole dirci che ogni uomo deve impegnarsi ad accogliere da Dio la salvezza eterna. Questa è la realtà più importante!
All’inizio del suo vangelo, Marco ci propone la testimonianza del Battista che grida: “Convertitevi, il Regno di Dio è vicino”. Poi, Gesù, dopo il Battesimo al Giordano e i quaranta giorni nel deserto, inizia la sua missione con l’annuncio: “Convertitevi, il Regno di Dio è qui tra voi”. E le “Beatitudini”, che rappresentano il grande programma della missione del Signore, si compiono proprio nel Regno. Tutto è finalizzato al Regno, non “su questa terra”. L’impegno dell’uomo non è circoscritto a questa terra ma si apre alla prospettiva del Regno, si apre all’eternità di Dio, accoglie la salvezza pasquale che Cristo realizza. Ecco, allora, l’esempio di Gesù: “Gli uccelli del cielo mangiano, hanno un nido… i gigli del campo sono vestiti splendidamente senza che debbano preoccuparsi di niente… perché allora affannarsi per cose che Dio ci dà poiché sa che ne abbiamo bisogno?
In verità, in questi ultimi tempi di crisi, tante famiglie – specie quelle con un solo stipendio – non arrivano alla fine del mese; molti hanno perso il lavoro e non ci sono prospettive positive; troppi giovani sono in cerca di una occupazione che non c’è. Come non preoccuparci di tutto questo? Come non affannarci per il futuro?
Si, Dio provvede a ciò che ci è necessario nella vita terrena, però il nostro atteggiamento non può essere di disimpegno! Noi come credenti dobbiamo coinvolgerci in prima persona per una crescita solidale e uno sviluppo autentico del mondo nel bene. Dobbiamo ribadire, attraverso scelte eticamente corrette, il primato della giustizia sociale, del bene comune, della legalità. Dio ci ha dato intelligenza e capacità per metterci al servizio dei fratelli.
Ma il vero problema è il nostro cuore. A cosa è orientato? Dove, a chi o a cosa il nostro cuore è legato? Dalla consapevolezza che chi ama Dio è il povero – è colui che confida nel Signore e crede che Egli sia l’unica possibilità di salvezza – non chi confida nelle risorse materiali, scaturisce per noi lo stimolo a legare il nostro cuore unicamente al Signore. Con Dio siamo capaci di costruire già ora, già qui il mondo nuovo fondato sull’amore, sulla giustizia e sulla pace!
Infatti, le ricchezze del mondo non appagano il desiderio di Dio, anzi diventano un “idolo”! Le ricchezze materiali non salvano. E senza Dio siamo perduti. Ecco perché Gesù ci chiede di orientare la nostra esistenza al Regno di Dio. Noi siamo fatti per l’eternità non per godere solo nella vita terrena. E la nostra certezza è Dio.
Anche Paolo vive il suo ministero – e indica la stessa strada ai credenti – nella prospettiva del cielo. Tutto quello che egli compie lo fa per amore, consapevole che il Signore è giudice giusto, cioè santo, che ricolma di santità l’amministratore dei suoi misteri, il suo servo fedele e lo chiama a condividere la vita nel Regno.
Carissimi, sforziamoci di orientare il nostro cuore totalmente al Signore. Dio è fedele verso di noi, noi dobbiamo esserlo con Lui. E questa è la nostra salvezza. La nostra vita vale non per quello che ha, ma per la capacità di accogliere il dono di Dio e trasformarlo in gesti concreti di carità e di servizio generoso.
Permettetemi a questo punto di rivolgere un saluto speciale a voi amici che seguite questa celebrazione da casa in Italia e nel Mondo, particolarmente a voi che soffrite nel corpo e nello spirito; a voi che siete soli; a voi amici che giacete in un letto di ospedale o siete ospiti di una casa di accoglienza; a voi anziani soli e ammalati, a voi carcerati.
A voi tutti dico che il vostro dolore è il dolore del Crocifisso, la vostra solitudine è l’esperienza di abbandono che Gesù stesso ha provato sulla croce e che ha sentito persino nei confronti del Padre (Dio mio – ha gridato – Dio mio, perché mi hai abbandonato?), ma poi, subito, ha affidato il suo Spirito a Colui che non lo avrebbe mai lasciato in preda alla disperazione e alla morte, al Padre di ogni misericordia.
A voi che soffrite, dunque, a voi che siete soli affido questo messaggio di speranza: Dio è sempre con voi. Possiate, allora, sentire in ogni momento la consolazione del Signore. Dio vi ama, vi ama con quell’amore di predilezione con cui ama il Figlio suo crocifisso. E il vostro sacrificio, unito a quello del Crocifisso, giovi alla salvezza dell’umanità.